Commento finale del corso

Questo post dovrebbe segnare la fine del corso di informatica e quindi, in teoria,  anche della redazione di questo blog che, devo ammettere, probabilmente per delle mie mancanze, non ha avuto grandi consensi o, come si direbbe nel mondo televisivo, audience.

Nel trarre le fila di questo percorso devo premettere che, dopo aver passato cinque anni al liceo, l’arrivo all’università è stato d’impatto, soprattutto perchè ogni professore di ogni disciplina – e noi che frequentiamo i corsi delle lauree sanitarie ne dobbiamo seguire molte e contemporaneamente – ha un suo metodo, molto spesso diverso da quelli a cui ero abituata ( vengo infatti da studi classici).

Il suo è stato sicuramente il più innovativo e certo il più libero ma anche il più inusuale e quello che ha più richiesto un cambiamento di impostazione: sono spariti i libri, gli appunti, le dispense, le spiegazioni alla cattedra, tutti elementi fin ora considerati per l’insegnamento essenziali nel significato etimologico del termine, e si sono sostituiti dei post pubblicati in un blog che lo studente doveva in prima persona gestire.

All’inizio ha prevalso lo smarrimento, poi un graduale adattamento. Quello che ho maggiormente apprezzato è la possibilità di indipendenza che questo insegnamento offre, sia nel senso di autonomia di gestione e sia di libertà di scelta ( il professore si limita a dare degli imput, ad indicare delle strade ma è lo studente che sceglie come, quando e a che livello farlo). Ci sono però stati anche momenti di incertezza proprio perchè, almeno penso, l’autonomia è affascinante ma difficile da gestire: a volte non sapevo come fare, a chi chiedere, chi contattare.

Mi è particolarmente piaciuto il fatto che i post da lei pubblicati non si siano limitati solo ad argomenti prettamente inerenti alla materia di insegnamento ma abbiano toccato i temi più vari, spesso offrendo spunti di riflessione, punti di vista diversi, argomenti su cui ponderare.

Io ho iniziato questo corso senza essere una “patita” di Internet o una persona particolarmente esperta e lo termino con la consapevolezza che non sarò mai un “genio del computer”: penso di aver fatto un’esperienza interessante, di aver acquistato delle conoscenze pratiche che prima non avevo e soprattutto di aver avuto la possibilità di concepire Internet in maniera diversa.

E’ un sistema in fieri, che esprime infinite possibilità e infinite potenzialità: offre gratuitamente l’opportunità di conoscere gli infiniti modi diversi con cui viene affrontato uno stesso problema o una stesso questione e di selezionarli e usufruirne a nostra discrezione.

Published in: on 4 febbraio 2010 at 17:22  Commenti (1)  

Quello che per me è Dada…

Visto che, a quanto pare, siamo arrivati alla fine di questo blog e a dover tirare un po’ le fila di questa esperienza, vorrei rimandare ancora per un po’ il giudizio e dirvi che cos’è per me Dada.

Io non sono un’appassionata d’arte e la conosco quasi esclusivamente per l’insegnamento che ne ho avuto a scuola: non ne sono mai stata un’entusiasta sostenitrice perché non apprezzo l’organizzazione in canoni su cui essa si basa.

L’impressione che ho avuto, studiando la storia artistica o letteraria, è che siano stati stabiliti dei modelli, dei canoni, dei punti di riferimento indiscutibili – un po’ come quando si credeva che la Terra fosse al centro dell’Universo e non si voleva nemmeno provare ad avere una concezione diversa -  i quali sono invalicabili e inattaccabili. Questo a mio parere va a discapito dalla libertà di espressione, della pura sensibilità, che certo, magari non ha nessuna abilità tecnica particolare, ma che sente, percepisce, vive l’arte. Insomma tutti dicono che la Gioconda di Leonardo o la Venere di Botticelli sono opere bellissime: ma lo dicono perché è ormai così che sono state canonizzate oppure perché lo pensano veramente?

Dada invece è totalmente l’opposto: Dada odia il canone, le classificazioni, le definizioni che di fatto sono tutti elementi limitanti ma è pura libertà, pura sensibilità.

Dada non si dà una definizione, permettendo che ogni individuo che conosce questo movimento abbia la sua, soggettiva, particolare, condizionata dalle proprie esperienze ma autentica, pura.

Dada non si impone come tutti gli altri movimenti, pretendendo di dare agli uomini una verità assoluta, un’interpretazione della realtà univoca in grado di spiegare tutti gli enigmi che fin ora avevano attanagliato l’essere umano ma si limita a dire che questa non esiste: non esistendone una che si possa considerare autenticamente vera, ecco che risultano legittime tutte e Dada le accoglie.

 

“L’Estrema verità non esiste. La dialettica è un meccanismo divertente che ci porta, in maniera banale, verso le opinioni che avremmo comunque avuto”

                                                                                                        Manifesto Dada 1918

Dada quindi è libertà, genialità, soggettività, liberazione da vincoli imposti, è contraddizione, è contro il buon senso, è bisogno di indipendenza.

Dada, secondo me, al di là delle singole opere o dei singoli artisti, è un monito a vivere senza cercare di rispettare o aderire a uno schema prefissato che si considera giusto, ma dicendo liberamente “sì” a tutte le sensazioni, le emozioni, gli accadimenti che la vita ci offre.

Published in: on 23 gennaio 2010 at 10:33  Lascia un commento  

“Le violon d’Ingres”

Questa fotografia è opera di un altro artista dada, Man Ray, fotografo e scudiero di Duchamp, che inaugura il discorso del corpo dell’artista come opera d’arte.

In particolare qui riesce a trasformare il corpo in uno strumento musicale, facendo quindi della fotografia non più un’immagine del reale ma anch’essa qualcosa di soggettivo, che dipende dal bagaglio culturale e dalla sensibilità della persona che sta guardando.

Se infatti un dipinto, una scultura, un ritratto forniscono sempre una visione della realtà, che è per forza filtrata dagli occhi dell’artista, la fotografia avrebbe potuto essere un mezzo per cogliere il mondo nella sua oggettività, nella sua unica definizione.

Man Ray ci dimostra che non è così, facendo della fotografia qualcosa di soggettivo, personale e, oserei dire, richiamandomi all’altro post, di alchemico.

Ecco che allora è inevitabile pensare che forse Dada ha ragione, che forse non esiste un’unica realtà, ma ne esistono tante, infinite, diverse e tutte legittime, proprio come, rifacendomi all’assignment 5 bis, ogni studente si è fabbricato nella mente la propria derivata.

Questo certo spaventa, è disarmante, inquietante – perché ci sottrae tutte le certezze a cui possiamo affidarci per vivere una vita tranquilla – ma è anche infinitamente bello perché offre la sensazione di libertà.

Published in: on 7 gennaio 2010 at 16:51  Commenti (2)  

L.H.O.O.Q.

“L’opera d’arte non deve rappresentare la bellezza che è morta”.

 

 

 

 Nel 1919, in occasione del 400° anniversario della morte di Leonardo da Vinci, Marcel Duchamp prese una riproduzione della Gioconda, vi aggiunse a penna un paio di baffi e il pizzo e le diede il titolo L.H.O.O.Q. che pronunciato in francese suona: Elle a chaud au cul.

Una sciolta traduzione del suo significato sarebbe: vi è del fuoco là in basso.

Il tentativo di desacralizzare ciò che ormai i secoli avevano consolidato come una delle migliori espressioni della genialità artistica italiana, opera che tutto il mondo ancora ci invidia, è evidente ed è ancora più strabiliante in quanto la Gioconda non appare, dopo le modifiche apportate da Duchamp, come una donna travestita da uomo ma come un vero e proprio uomo.

L’autore ha sempre dichiarato che l’unica motivazione del suo operato era quella di  “ profanare” l’immagine, nascondendo il resto, come era solito fare.

Ci sono voluti più di cinquant’anni per scoprire la chiave di lettura del titolo.

Partendo dal manifesto interesse di Duchamp per l’alchimia, Maurizio Calvesi è giunto ad un trattatelo alchemico del primo Cinquecento, opera di un pittore ed alchimista francese:Jean Perreal. Nel manoscritto si trova una miniatura dove la personificazione della Natura-Alchimia siede su un forno alchemico ed è possibile ritrovarvi delle analogie che rimandano alla Gioconda.

Tralasciando i particolari tecnici della questione, Marchel Duchamp, con questa opera apparentemente solo dissacratoria, ha  voluto rimandare al mito alchemico dell’androgino.

In poche parole e senza tante sottigliezze, ci ha voluto far vedere come le cose non sono per forza come appaiono o come ci sono sempre state mostrate, ma c’è un qualcosa di misterico, di arcano nel loro essere.

Come quindi è possibile scambiare una donna per un uomo, è anche possibile iniziare a pensare e a concepire le cose, il mondo che ci circonda, quello che ci accade in maniera diversa da come abbiamo sempre fatto: insomma, è tutta una questione di punti di vista!

Published in: on 18 dicembre 2009 at 09:51  Lascia un commento  

Nota informativa

 

Informo che c’è una mostra al Complesso del Vittoriano a Roma, che è iniziata il 9 ottobre 2009 e terminerà il 7 febbraio 2010  su Dada e il Surrealismo a cura dello storico dell’arte, saggista, poeta e filosofo Arturo Schwarz.

Si intitola “La riscoperta di Dada e Surrealismo”. Ci dovrebbero essere – non sono ancora riuscita ad andarci –  le opere più famose, come la Gioconda con i baffi e l’orinatoio ma anche altre, di autori meno conosciuti ma non per questo poco interessanti.

E’ stata presentata come un’esposizione fittissima, volutamente un po’ caotica, , che mira a ricostruire le diverse celeberrime mostre che fecero la storia di questi movimenti.

Non mi sembra neanche che comporti una spesa elevata, visto che il biglietto intero è di 10 euro e forse per gli studenti viene ridotto a 7 e 50.

Published in: on 7 dicembre 2009 at 12:54  Lascia un commento  

La “Fontana”

Qualunque opera pittorica o plastica è inutile, che almeno sia un mostro capace di spaventare gli spiriti servili e non la decorazione sdolcinata dei refettori degli animali travestiti da uomini, illustrazioni della squallida favola dell’umanità”

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Manifesto Dada 1918

                                                                                                                                            resize

Quante persone saranno inorridite quando nel 1917 Marcel Duchamp espose la sua “Fontana”!

Quante persone ancora inorridiscono di fronte a questa, che ormai è stata classificata come opera d’arte al pari della Venere di Botticelli!

E’ un orinatoio – nessuno lo nega- non è altro che un orinatoio rovesciato, di quelli che solitamente si usano nei gabinetti pubblici.

E’ pura provocazione, beffa, rovesciamento dei canoni.

Ma ha anche un altro significato: l’artista chiamandolo “Fontana” ha denaturato l’oggetto, scardinando la sua oggettiva percezione e infrangendo il rapporto tra oggetto e nome.

E’ come se fosse riuscito a dargli una seconda vita, allusiva, concettuale, dimostrando come le cose possano significare al di là di quello che sembrano, suggerendo che dietro tutto quello ci appare, dietro tutto quello che per noi è diventato immediato, scontato, automatico ci può essere, anzi c’è, un valore diverso che dipende da noi e che spetta a noi trovare.

Come si può definire questo se non libertà pura, incondizionata!

Tutto questo è ulteriormente rafforzato  dalla firma dell’autore, apposta in basso a sinistra, che, parlando di sé con il distacco della terza persona, scrisse agli organizzatori della mostra che rifiutarono di esporre l’oggetto:

“L’orinatoio del signor Mutt non è immorale, non più di quanto lo sia una vasca da bagno[…]. Non ha importanza se il signor Mutt abbia o meno fatto la fontana con le sue mani. Egli l’ha scelta. Egli ha preso un articolo usuale della vita, e lo ha collocato in modo tale che il suo significato utilitario è scomparso sotto il nuovo titolo e punto di vista e ha creato un nuovo modo di pensare quest’oggetto”.

E’ un artista che rinuncia a firmare, che non rivendica a sé una sua produzione, visto che di fatto non ha prodotto niente ma si è limitato a scegliere, facendo dell’arte un modo di vedere, un modo di pensare.

Non ci si può immaginare Marcel Duchamp con lo scalpello, tutto imbrattato di povere o con la mani tutte macchiate di colore; lui è uno, per così dire, comodo, che senza di fatto fare niente, ha preso un oggetto comune,che vediamo e usiamo sempre, prodotto oltretutto da altri e lo ha impiegato in campo artistico, fuori quindi dal suo abituale contesto.

Estendendo il concetto, per me Marcel Duchamp, prendendo un orinatoio, rovesciandolo e presentandolo a una mostra d’arte, ci ha voluto dire che il mondo, la vita sono come si vedono, come noi vogliamo che siano: non esiste il mondo ma esiste il tuo mondo ,esistono tanti mondi quanti sono i soggetti che lo stanno guardando, che lo stanno vivendo.

Published in: on 15 novembre 2009 at 10:34  Commenti (1)  

Cos’è dADa?

La definizione classica di Dadaismo è quella di un movimento artistico- culturale nato nel 1916 a Zurigo, presso il Cabaret Voltaire ad opera del poeta e letterato tedesco Hugo Ball. Deriva dalla volontà di dissociarsi dall’irrazionalità della Prima Guerra Mondiale e raduna figure tra le più diverse e disparate.

In realtà Dada è molto di più…

Non è uno dei tanti movimenti artistici che si sono susseguiti nella storia e che hanno stabilito dei canoni, rifacendosi più o meno al passato e pretendendo che fossero veri e indiscutibili. Dada è altro,un qualcos’altro che non si può definire, perchè gli artisti stessi che lo rappresentano hanno evitato in tutti i modi di farlo, decidendo proprio di dare al loro gruppo un nome che di per sè non ha nessun significato ma che è stato inventato aprendo a caso un vocabolario tedesco-francese.

Dada non è un movimento, non è un gruppo, è piuttosto uno stato d’animo, un modo di essere e di sentire, è il tutto e contemporaneamente il nulla.

“Dada è uno stato d’animo. Per questo si trasforma secondo i popoli e gli eventi. Dada si può applicare a tutto, eppure non è niente, è il punto in cui il sì e il no si incontrano, non solennemente nei castelli delle filosofie umane, ma in tutta semplicità all’angolo delle strade, come le cavallette e i cani: Dada è inutile come tutto nella vita”.

                                                                                                                          Conferenza su dada 1922

Dada è negazione, in quanto azzera tutte le ideologie tutti i valori che lo hanno preceduto, senza però fornire dei nuovi ma accettando tutto ciò che viene proposto, tutto ciò che la realtà offre. Dada è libertà massima, assoluta, che fà dell’arte non una serie di quadri conservati in un museo ma la rende un modo di vedere, un modo di pensare, che non ha confini.

E’ come se dada ci dicesse: “Questo è il sublime, basta saperlo vedere”, dando quindi agli oggetti, anche quelli di tutti i giorni, un significato che va al di là di quello che appare.

Fornisco ora una serie di citazioni, che intendono spiegare l’essenza del dadaismo:

“Così nacque dada da un bisogno di indipendenza, di diffidenza nei confronti della comunità. Quelli che dipendono da noi restano liberi. Noi non ci basiamo su nessuna teoria”

                                                                                                                          Manifesto dada 1918

 

“C’è gente che insegna perchè c’è gente che impara. Eliminateli, non resta che dada”.

                                                                                  Manifesto sull’amore debole e sull’amore amaro 1921

 

Published in: on 6 novembre 2009 at 16:56  Commenti (1)  
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